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Gentile lettrice, gentile lettore,

il libro “Non si vive di solo pancreas” vide la luce, per la prima volta, nel lontano 1997. Sembrava una storia chiusa: ero certo, in cuor mio, che nel giro di pochi anni sarebbe diventato obsoleto, superato. Non tanto nella forma, quanto nei contenuti, perché tra noi giovani e nelle nostre famiglie, cresceva la fiducia in un’imminente superamento del problema diabete. Ci parlavano di una ricerca che – in tempi brevi – grazie alla genetica, avrebbe prodotto una soluzione pressoché definitiva. Magari avremmo dovuto continuare a tenere le glicemie sotto controllo, ma avremmo potuto dire addio alle iniezioni, ai microinfusori, alle ipoglicemie e ai “rimbalzi”… Purtroppo – almeno per adesso – poco è cambiato. Ecco che “Non si vive di solo pancreas”, esaurite le prime stampe e le ristampe, è diventato introvabile. Ho creduto mio dovere e mio diritto, ristamparlo e rimetterlo in circolazione, lasciandolo quasi inalterato, a parte qualche indispensabile correzione alle battute che facevano riferimento all’attualità socio-politica del tempo. Nel frattempo, non si usano più le siringhe, gli aghi e i pungi dito sono quasi indolori, i reflettometri e le relative striscette sono diventati semplicissimi e di uso istantaneo. Per il resto, gli argomenti risulteranno familiari e attuali anche ai più giovani. Devo confessare che ho rimuginato per anni sull’opportunità di rieditare questo libro, non ho mai nutrito passione per le “minestre riscaldate” (anche se poi ho scoperto la ribollita e mi si è aperto un mondo!). Ma lo scorso anno è morto Adolfo Arcangeli, la persona alla quale devo gran parte della dignità che ho potuto dare alla mia vita in questi 20 anni. Fu lui a chiedermi di scrivere questo libro – parzialmente autobiografico e germogliato all’interno del “gruppo del martedì sera” dell’associazione diabetici di Prato – e a trovare l’editore giusto (l’amico Renato Saggiorato) che credesse in una piccola “follia” come questa. In quegli anni, la mia vita era ad una svolta: nel ’93 avevo deciso, insieme a Patrizia Guastini (che sarebbe poi diventata mia moglie) di provare a fare dell’arte comica il mio/nostro lavoro. Non so esprimere a parole la gratitudine che provo per quell’uomo.

Mirko Gianformaggio

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